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INCONTRO

24 aprile ore 10:00 Sala Onu Teatro Massimo

presentazione del libro

Danza 2.0

 

di Alessandro Pontremoli

Paesaggi coreografici del nuovo millennio

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Che caratteristiche ha la danza del nuovo millennio? Come la si interpreta? Quali processi culturali vengono veicolati dal corpo danzante? Il libro tenta di rispondere a queste domande tracciando un quadro della danza e della coreografia degli ultimi trent’anni in Italia e in Europa. Sul finire del Novecento, la rivoluzione operata dalla danza moderna viene definitivamente soppiantata da una visione meno dogmatica e più democratica nei confronti delle scelte di forma e di linguaggio. Il nuovo panorama è costituito da tre paesaggi estetici: quello ‘museale’, che conserva il balletto classico e il suo repertorio; quello di una ‘terra di mezzo’, in cui si mantiene il paradigma del moderno con forme e linguaggi riconoscibili; e infine un ‘terzo paesaggio’, una riserva ai margini della cultura mainstream, in cui artisti diversi, esiliati, trascurati dal sistema, sperimentano e producono danza fuori dagli schemi. Una nuova topografia che esige strumenti di indagine aggiornati, ovvero un rinnovamento analogo e storicamente convergente con quello degli artisti. 

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MEETING

 

April 24, 10 a.m., Sala Onu Teatro Massimo

Presentation of the book

Danza 2.0

 

by Alessandro Pontremoli

Choreographic landscape for the new millennium

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What characteristcs has dance in the new millennium? How can we interpret it? What cultural processes are channeled by a dancing body? The book discusses these topics while providing a portrait of dance and choreography in Italy and Europe that covers the last thirty years. Towards the end of the last century, the revolution operated by modern dance is definitely replaced by a less dogmatic vision, more “democratic” in terms of choices of both form and language. The new panorama involves three aesthetic landscapes: the “museum” one, which maintains classical ballet and its repertory; a “middle-earth” one, which maintains the paradigm of modern, with recognizable forms and language; and finally, a “third landscape”, a reservation at the margins of mainstream culture, in which diverse, exiled artists, neglected by the system, experiment and create dance outside of pre-existing schemes. It’s a new topography, which requires updated research tools, or a renovation similar, and historically convergent, to that of the artists themselves.

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