Un guerriero urbano alla ricerca dell’equilibrio: Who is Joseph? Intervista a Davide Valrosso

Aggiornato il: lug 24

A cura di Margherita Celestino




Il pubblico sta uscendo dallo Spazio Tre Navate, lo spettacolo è appena finito. Incontro Davide Valrosso, danzatore e coreografo ospite a Conformazioni con il suo lavoro “Who is Joseph?” e Valeria Vannucci, sua collaboratrice artistica e co-fondatrice della nuova associazione NINA.



foto di Lorenzo Gatto




Come hai preso la decisione di mettere il pubblico tutto attorno e tu al centro?


Questo è un lavoro molto vecchio. Ai tempi non avevo ancora imparato a sviluppare le cose con una certa chiarezza. I miei progetti hanno sempre una parte molto concettuale e una istintiva, che io stesso non comprendo; è un lavoro che è nato a tentoni, si è sviluppato molto nel tempo e adesso richiede questa forma di prossimità con il pubblico, in una ricerca di perenne di contatto. Il lavoro parla proprio della tensione che c’è nel dialogo, tra la domanda e la risposta. Lui è un guerriero urbano: contemporaneo perché radicato nel presente e guerriero perché ha fame dell'altro: non è riflessivo o meditativo, è proprio famelico.


Che lavoro hai fatto per la scelta del gesto e del movimento?


La trasformazione del movimento, la mutazione della relazione, il tempo, il disorientamento, il cambio di direzione, sono elementi che fanno parte di una vita di ricerca. Il dialogo tra l’elemento poetico e la follia caratterizza molto il mio lavoro. Per me l'analisi del gesto c'è sempre, non inizia nella sala prove e finisce con lo spettacolo. Prima avevo una partitura rigidissima, poi si è sciolta. Avendo a che fare con questa idea dell’istante vissuto insieme al pubblico, la partitura muta e mi sfugge costantemente. Mi scappa dalle braccia, dalle gambe... è complesso; è più selvaggio di me questo lavoro!


Data questa fatica che hai descritto, mi viene di chiederti, cosa senti mentre sei in scena?


Le cose mi toccano e farsi toccare è una cosa bella, ma è anche travolgente. Mi può capitare di essere dominato e schiacciato da questa condizione, a volte però anche il contrario. In scena si attivano tutte le dinamiche della vita: dialogare, respirare, fermarsi, ripetere… e questo è anche l’unico motivo per cui vale la pena fare questo lavoro; muoversi non solo in riferimento alla partitura, ma a tutto quello che ci attraversa.


Quando è nato “Who is Joseph?”?


Tre anni fa. Allora era molto diverso. Avevo anche un’asta di metallo e poi l’ho eliminata. La usavo per farci un sacco di cose: diventava una linea per creare un effetto di bilanciamento, poi un vero e proprio fucile, una baionetta… il lavoro con l’oggetto è una mia caratteristica.


…che poi hai anche un tatuaggio con una linea, e un altro con un cerchio, vedo…


Ho fatto questi tatuaggi in India. Volevo tatuarmi qualcosa che fosse perfetto ed essenziale, quindi il cerchio e la linea, che poi ho scoperto essere ovunque in quello che faccio.


Che rapporto hai con la musica di questo spettacolo? E chi è il compositore?


Il compositore si chiama Ryoji Ikeda.

In questa musica c’è un punto difficilissimo verso la fine, è una sospensione. In quel momento, drammaturgicamente per me è come ricevere tre coltellate nella pancia! Lì puoi salvare lo spettacolo solo grazie a te. La prendo come una sfida, infatti non ho mai voluto cambiare quel pezzo. Mi metto sempre alla prova. Scelgo qualcosa che so che darà fastidio, magari nel titolo, una parola… è il mio grido di libertà. Per esempio il mio ultimo lavoro si chiama “Cinque danze per il futuro”. La parola “danza” è scomoda. Molti degli interpreti non si definiscono danzatori, ma io lo dico lo stesso. È la mia piccola maniera per rivendicare alcune cose in cui io credo, per difenderle.




foto di Lorenzo Gatto



Come ti sei sentito appena uscito dallo spettacolo?


Avrei voluto creare qualcosa di speciale. Io sono un essere umano, ho tante idee, tante speranze, tanti sogni, ma anche le mie insicurezze. Il fatto che voi mi abbiate detto che vi è venuta voglia di danzare durante lo spettacolo, mi fa piacere e soprattutto questo momento di scambio, qui e adesso, per me è molto bello. So però che punto a qualcosa di molto alto, a qualcosa che sia una traccia, una relazione significativa con gli osservatori.

Una volta ho fatto un solo per il principal dell’English. Ho lavorato una settimana con lui senza sentirmi considerato. A un certo punto ho fatto una cosa e lui mi ha guardato intensamente e poi mi ha detto: “Adesso ti darei un lavoro subito”. Lì ho capito che dentro di me c’era la capacità di sviluppare un’energia potentissima, ma che non riuscivo ancora a reggere. Lui infatti mi ha detto che quello che dovevo fare era bilanciare, trovare un punto di equilibrio. È un esercizio.



Ultimissima domanda, tu e Valeria Vannucci avete appena creato questa nuova associazione, Nina. Quando è nata e come sta andando?


Era da tanto tempo che mi spingevano da più parti a fare questo passo. Valeria la conosco da tanto tempo, però lavorare insieme è un’altra cosa e ho trovato in lei un pezzo che mi mancava. Allora abbiamo deciso di avventurarci e lo abbiamo fatto nel periodo più improbabile possibile. Però se fai una cosa così in un periodo così difficile, vuol dire che davvero ci credi. Noi ci crediamo, ma con calma, senza la voglia di imporci e urlare troppo. Il mio sogno è quello di sostenere altri artisti. Vorrei un’associazione che vada oltre il mio linguaggio, che superi me stesso e le cose che faccio e che sia al servizio di un valore comune e condivisibile.



foto di Lorenzo Gatto


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